Intervista – Rino Castel

Intervista – Rino Castel

In occasione dell’uscita del suo album “Fuori Dal Club”, noi di Rockoon abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Rino Castel. Quest’ultimo ci ha raccontato qualcosa in più sul disco, su come è nata l’idea di parlare del 27 club e sulle tematiche affrontate all’interno delle sue canzoni.

Ciao Rino, benvenuto su Rockoon! Per prima cosa come stai?

Fino a poche settimane fa ti avrei detto scombussolato, ora sono solamente sereno. Lo scorso 11 aprile abbiamo chiuso il tour per l’uscita dell’album e sono davvero felice che questo disco sia finalmente uscito. Dopo tutto questo, però, mi sono preso un mese abbondante per riprendere fiato, rimettere un po’ in ordine le energie visto che ho dovuto curare tutto il progetto, dalle strumentali all’intero tour.

Hai da poco pubblicato il tuo album “Fuori dal club”. Come lo descriveresti a chi ancora non lo ha ascoltato?

“Fuori dal club” è una presa di coscienza. Nei miei brani c’è spesso un elemento di velocità: forse perché sono sempre stato affascinato dagli ambienti rapidi, fugaci, da quelle realtà in cui tutto sembra muoversi senza fermarsi mai. Negli ultimi cinque anni ho cambiato casa sette volte e vissuto in cinque città diverse, tra cui Vienna, Torino e Milano. All’inizio, forse perché era tutto nuovo, rimanevo quasi ammaliato a guardare le cose correre intorno a me. Poi, col tempo, mi sono accorto che non le stavo più solo osservando: ero finito anch’io dentro quella corsa. L’album racconta proprio quel momento lì: quando ti rendi conto di essere dentro un movimento continuo, che sei cresciuto, e che forse non puoi più permetterti di andare veloce come prima.

L’album parla anche del Club 27. Com’è nata questa idea?

Ho sentito tanti artisti parlare del Club 27, il famoso “club” degli artisti morti a 27 anni, come Kurt Cobain o Amy Winehouse, quasi come se fosse un’ambizione, un traguardo da raggiungere. Io invece ho sempre visto questa idolatria come qualcosa di molto più disperato: l’idea che, pur di arrivare alla fama o lasciare un segno, si sia disposti persino a “morire”, metaforicamente parlando. Proprio ora sto finendo il mio ventisettesimo anno di vita e, in un certo senso, parlare di questo club per me ha significato anche affrontare un tabù, prendendone le distanze: dire che si può uscire da quella narrazione, anche se è quella attualmente più in voga a mio parere.

Ci parleresti del processo di scrittura e produzione dell’album?

Ho iniziato a scrivere l’album nell’agosto del 2025. Mi sono chiuso per una decina di giorni al Kave Studio, proprio durante i giorni più caldi dell’anno: lì ho scritto e composto tutti i brani. È stata una fase molto istintiva, in cui ho buttato fuori tutto quello che avevo bisogno di dire. Poi, nei mesi successivi, insieme al produttore Matthew Cole, abbiamo lavorato tra ottobre 2025 e febbraio 2026 per sistemare testi e strumentali, cercando di legare tutto con un unico filo conduttore, sia dal punto di vista lirico che sonoro. In poche parole, è stato un grande lavoro di equilibrio tra il braccio e la mente: tra l’urgenza del gesto e la lucidità necessaria per dare una forma coerente all’album.

L’album affronta diverse tematiche: alienazione dal lavoro e dalla metropoli, spirito di sopravvivenza, l’importanza di restare sono solo alcuni tra questi. I testi sono esperienze autobiografiche o nascono da osservazioni più ampie?

Direi entrambe le cose. Alcuni brani partono da luoghi e persone realmente esistiti, altri invece nascono da pensieri più ampi sul mondo, soprattutto su come lo vedo. Per esempio, la prima traccia dell’album, “Camera con vista”, parte da un luogo molto concreto: il monolocale in cui ho vissuto per un anno a Torino. Quel “monolocale” diventa una camera con vista su tutto ciò che poi avrei raccontato nel disco. In quel periodo mi sentivo un po’ in gabbia: era la prima volta che vivevo completamente da solo e in quella città facevo fatica a trovare persone con cui condividere davvero delle esperienze. Essendo figlio unico, nella mia vita mi è capitato spesso di parlare inconsapevolmente da solo, ma in quel monolocale questa cosa si è accentuata molto. Ho semplicemente provato a poeticizzare il mio modo di vivere in quella casa, che non mi manca affatto. Al contrario, gli ultimi tre brani dell’album nascono più da riflessioni generali: pensieri sul mondo, sul terrorismo mediatico a cui ci siamo abituati, ma anche sulla fortuna di avere accanto persone che ti sopportano e, soprattutto, ti supportano nelle passioni che porti avanti.

C’è un tema tra quelli affrontati che ti sta più a cuore? Se sì, quale e perché?

Tengo un po’ a tutti i brani che ho scritto, perché li sento figli di uno sfogo consapevole. Non è rabbia sputata e basta: è rabbia, sì, ma dentro qualcosa che conosco, che ho attraversato e di cui sono pienamente cosciente. Un tema di cui sono particolarmente fiero, perché poco comunicato dagli artisti in questi ultimi anni, è quello presente in “Non me ne frega un cazzo”. Nel 2022, quando scoppiò la guerra in Ucraina, mi ricordo di essere rimasto praticamente immobile sul divano a scorrere notizie sul telefono per un mese, con l’ansia che da un momento all’altro il mondo sarebbe esploso. Quel tema mi spaventò così tanto che nel mio primo album, “Haus Panorama”, uscito nel 2023, non ne parlai minimamente. Ci sono voluti anni per metabolizzare e rendermi conto di tutto quanto. Ora sono passati quattro anni, sono cresciuto e soprattutto è cambiata la mia percezione di come gira il mondo. Ho imparato a informarmi senza allarmarmi alla prima notizia, e anche a disintossicarmi dal flusso costante di informazioni. Questo brano, in un certo senso, parla al me del passato e gli dice di “fregarsene”: non per indifferenza, ma perché siamo estremamente piccoli dentro tutto questo e dobbiamo comunque provare a vivere, come abbiamo sempre fatto. Sono sicuro che tante persone abbiano vissuto quella paura nello stesso modo in cui l’ho vissuta io. Per questo ho voluto dedicarla ai tanti “noi” del 2022.

C’è un brano che senti particolarmente rappresentativo del progetto?

“Fuori dal club” non ha un solo significato e non credo ci sia un unico brano capace di rappresentarlo completamente, perché il disco prova a denunciare tante cose che non vanno nella società di oggi. Se però penso a un pezzo che racconta in modo coerente il mood emotivo dell’album, direi “giornoxgiorno”. È un brano che parla del momento in cui ti rendi conto che crescere non significa soltanto diventare grandi, ma anche caricarsi di più responsabilità, più preoccupazioni, e vederle tristemente diventare parte integrante della tua vita. C’è dentro un dolceamaro che lascia fitte nel petto, figlie di grandi disillusioni.

Parlando di influenze musicali, ho sentito sonorità molto pop-punk nell’album. C’è un artista che ti ha ispirato particolarmente?

Il pop-punk fa parte della mia vita dal lontano 2014 e, anche se negli anni ho ascoltato una quantità industriale di artisti, alla fine resto sempre fedele ai Blink-182. La loro attitudine mi ha sempre aiutato a evadere nei momenti più bui e mi ha fatto sentire parte di una famiglia musicale. Credo che questa cosa, in un modo o nell’altro, sia rimasta dentro anche al mio modo di comunicare e di vivere la musica.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento stiamo organizzando il tour estivo e spero davvero di riuscire a trovare anche delle date nelle mie Marche. A breve dovremmo annunciare tutto. Nel frattempo sono già tornato in studio, con tanti buoni propositi e nuove sperimentazioni. Sto provando a reinserire nei brani alcune sfumature elettroniche, un po’ come accadeva nei miei primissimi pezzi, cercandogli di dare un tono più maturo.

Ultima domanda: ti andrebbe di lasciare un messaggio ai nostri lettori per convincerli ad ascoltare l’album?

Sicuramente vi è capitato di sentirvi fuori posto, fuori tempo, fuori da qualcosa che sembrava appartenere a tutti tranne che a voi; forse questo disco può parlarvi. E magari, per mezz’ora, possiamo stare fuori dal club insieme.