La storia di Ian Curtis dei Joy Division

La storia di Ian Curtis dei Joy Division

Oggi è l’anniversario di morte di colui che, assieme alla sua band, ha dato vita alla New Wave ed è stato fonte d’ispirazione per innumerevoli band inglesi e non solo. Avete già capito tutti di chi stiamo parlando, vero? Si tratta proprio di lui, Ian Curtis, voce dei Joy Division, morto suicida a ventitrè anni dopo soli due album.

Chi era Ian Curtis e l’ingresso nei Joy Division

Ian Curtis nacque il 15 luglio a Stretford, un sobborgo di Manchester, ma crebbe a Macclesfield. Fin da giovanissimo si appassionò alla musica rock, in particolare al punk, diventando un grandissimo fan di star come Jim Morrison, David Bowie e Sex Pistols. Era inoltre fortemente interessato alla storia, tanto da vincere a soli unidici anni una borsa di studio alla King’s School di Macclesfield. Curtis, tuttavia, decise di abbandonare ben presto la scuola per dedicarsi interamente all’arte, la letteratura e la musica, sue più grandi passioni. Si unì ai Joy Division come cantante nel 1977, facendo cambiare il nome alla band da Stiff Kittens a Warsaw, in omaggio al pezzo strumentale di David Bowie “Warszawa”. Sotto il nome Warsaw la band pubblicò l’EP “An Ideal For Living”, contenente quattro dei loro pezzi più significativi: “Warsaw”, “No Love Lost”, “Leaders Of Men” e “Failures”. La band cambiò poi successivamente nome in Joy Division per evitare confusione con il gruppo londinese Warsaw Pakt, raggiungendo anche la sua formazione definitiva. Il nome Joy Division fu scelto dallo stesso Curtis, ispiratosi al romanzo del 1955 La Casa Delle Bambole di Ka-Tzetnik 135633. Caratterizzati da un sound cupo e da atmosfere dark, i Joy Division divennero i pionieri della New Wave.

L’epilessia

Fu il 27 dicembre quando, dopo uno show all’Hope and Anchor Pub di Londra, Curtis fu colpito dalla prima crisi epilettica da quando era entrato a far parte della band. Il cantante soffriva difatti di epilessia fotosensibile, una malattia che lo accompagnò fino alla sua morte e che fu descritta dallo stesso come “il grande male” nelle pagine dei suoi diari adolescenziali e che lo portò a soffrire di depressione. Gli attacchi erano caratterizzati da tremende convulsioni che Curtis cercava di esorcizzare con movenze frenetiche che accompagnavano le sue performance sul palco. E’ triste dire che, oltre che per la sua musica, divenne in parte famoso anche per questa sua “danza”. Intanto la carriera dei Joy Division continuò a progredire e nel 1979 la band entrò in sala per registrare la prima session radiofonica per John Peel, alla BBC Radio 1; da questa session venne tratto il singolo “She’s Lost Control”. Il 4 marzo 1979 al Marquee Club, storico locale londinese, i Joy Division si esibirono insieme ai The Cure, evento che li rese ancor più popolari nell’ambito underground. Da lì in poi la loro carriera fu tutta in discesa, portando alla pubblicazione dei due leggendari album “Unknown Pleasures” e “Closer”.

Il matrimonio

Parallelamente al successo e all’intensa attività live aumentarono anche i problemi di salute di Curtis, ai quali si aggiunse anche la crisi con la moglie Deborah Woodruffe, sposata nel 1975 quando era ancora adolescente. Nel suo matrimonio fallito Ian riversò la sua frustrazione e ciò ispirò uno dei brani più noti della band, “Love Will Tear Us Apart”, pubblicato postumo come singolo. Deborah aveva avviato le pratiche del divorzio, cosa che portò il cantante a fare ritorno a Macclesfield per cercare di parlare con lei e farle cambiare idea. Da quel viaggio, Curtis, non fece più ritorno. Rimasto solo in casa, al 77 di Barton Street, dove un tempo abitava assieme alla moglie e a sua figlia Natalie di solo un anno, la mattina del 18 maggio del 1980, Curtis si suicidò impiccandosi alla rastrelliera della cucina dell’abitazione. Prima di compiere il tragico gesto, Ian attese Deborah trascorrendo la notte a fumare e consumando un intero barattolo di caffè. Per ingannare il tempo aveva guardato “La ballata di Stroszek“, un film di Walter Herzog che narra la storia di un musicista di strada che appena uscito di prigione scappa dalla Germania assieme all’amante ed un vecchio vicino di casa per andare in America in cerca di fortuna. La storia, tuttavia, proprio come quella di Curtis non ha un felice epilogo: rimasto senza amici, senza lavoro e senza casa, il protagonista decide di suicidarsi. Il film era da poco terminato quando Deborah tornò a casa ed Ian la supplicò di rinunciare al divorzio. Vedendolo esausto, lei si offrì di fargli compagnia ma dopo una titubanza iniziale, Ian le disse di voler restare solo facendosi promettere di non tornare fin dopo le dieci quando lui sarebbe salito sul treno diretto a Manchester. Rimasto nuovamente solo mise su “The Idiot” di Iggy Pop, staccò tutte le foto della figlia Natalie dalle pareti, cercò nei cassetti immagini del giorno del suo matrimonio e poi iniziò a scrivere una lunga lettera alla moglie, tutta in maiuscolo come faceva con i testi delle sue canzoni. Le ricordò del matrimonio, degli anni trascorsi insieme, e le dichiarò il suo amore per lei e per Natalie. Sebbene si potesse leggere “I wish I was dead” non vi era però una reale menzione alla sua intenzione di suicidarsi. Eppure quelle sarebbero state le sue ultime parole per lei.

La morte

Tornata a casa, Deborah, non sentendo alcun tipo di rumore, pensò realmente che il marito fosse tornato a Manchester. Solo più tardi notò quel biglietto scritto da Ian non troppo tempo prima, abbandonato sulla mensola del caminetto. Si precipitò subito a leggerlo ma qualcos’altro attirò immediatamente la sua attenzione. Con la coda dell’occhio intravide infatti il corpo del marito semi inginocchiato in cucina, immobile, con la testa china e le mani sulla lavatrice. Attorno al suo collo c’era una corda, quella che usava per stendere la biancheria, ed il disco di Iggy Pop ormai aveva iniziato a girare a vuoto. Non c’erano dubbi: Ian era morto. Aveva poco più di ventitré anni. Con la morte del loro cantante finì tragicamente l’avventura dei Joy Division. Il 19 maggio, il deejay John Peel annunciò dai microfoni della BBC radio 1 la sua morte. Il 23 maggio 1980 il corpo di Ian Curtis fu cremato e sulla sua lapide fu incisa l’iscrizione, voluta dalla moglie Deborah, “Love will tear us apart”.

La nascita dei New Order

Dalle ceneri dei Joy Division nacquero i New Order. L’accordo preso tra i membri della band quando Ian Curtis era ancora in vita limitava l’uso del nome Joy Division al solo caso in cui tutti i componenti avessero continuato a farne parte, pertanto dopo la sua morte il gruppo optò per un nome diverso. Ultimo regalo che Ian fece ai suoi compagni prima di morire fu la canzone “Ceremony”, già incisa con i Joy Division ma pubblicata però come singolo di debutto dei New Order l’8 Marzo 1981. Esistono ben tre versioni del brano con la voce di Ian Curtis. La prima è una versione dal vivo presente in “Still”, album live dell’ultimo concerto dei Joy Division tenutosi all’High Hall, Birmingham University, il 2 maggio 1980. La seconda, da una sessione del 14 maggio 1980, quattro giorni prima del suicidio di Curtis, è contenuta nel box-set “Heart and Soul” ed è l’ultima registrazione in assoluto del gruppo al completo. La terza, infine, disponibile solo in bootleg, è parte di un soundcheck di un concerto tenutosi il 2 maggio. I New Order, invece, ne pubblicarono due versioni.  La prima è quella del marzo 1981, la seconda risale a settembre dello stesso anno e vede alla chitarra Gillian Gilbert, appena entrata nel gruppo. Le due versioni si differenziano sotto alcuni aspetti. La prima ha uno stile più vicino ai Joy Division, con basso pulsante, chitarra distorta e voci riverberate, mentre la seconda ha un sound meno aggressivo e voce più asciutta. In particolare cambia il suono della chitarra elettrica che da lì in poi distinguerà il sound dei New Order. Anche la copertina fu cambiata da color oro a crema con una striscia blu verticale. Esaurite le copie di questa edizione, fu messa sul mercato la custodia originale sulla quale venne scritto “Watching love grow forever” (Guardando l’amore che cresce per sempre), mentre la riregistrazione reca la frase “This is why events unnerve me” (Questo è il motivo per cui gli eventi mi snervano). Entrambe le frasi sono estratte dal testo della canzone, scritto da Ian Curtis. Si dice che, sebbene l’evento di cui parli il testo sembri un matrimonio, in realtà possa essere un funerale. Il suo.

L’eredità lasciata dai Joy Division

I Joy Division restano oggi tra le più influenti band della storia della musica rock e in particolare della Dark wave e New wave. Il gruppo ha influenzato non solo band di questo genere musicale ma anche grandissima parte delle band post-punk o alternative rock inglese e non solo. Basti pensare a gruppi come gli Interpol, gli Editors, la cui voce del cantante è stata spesso paragonata a quella di Curtis così come quella del frontman dei russi Motorama. I Joy Division possono essere considerati come i padri di una generazione che non aveva alcuna voglia di sorridere, mostrando come non si sia costretti a farlo. Forse per la prima volta una band aveva portato la più vera disperazione sul palco. A Ian Curtis sono state dedicate numerose canzoni, tra queste “A Day Without Me” degli U2, “The Holy Hour” dei The Cure e “Help Me” degli Alkaline Trio. Anche la band italiana di rock psichedelico/progressivo Twenty Four Hours, oltre ad aver preso spunto per il proprio nome dal famoso brano dei Joy Division, ha dedicato un brano al cantante Ian Curtis. Inoltre Curtis e i Joy Division hanno ispirato diversi film. Le vicende della band, della Factory Records e del movimento musicale di Manchester a cavallo tra gli anni settanta e ottanta sono descritte nei film 24 Hour Party People del 2002 e soprattutto Control del 2007 che riprende le ultime ore di vita di Curtis.